Partiamo da una frase che avrete già sentito almeno cento volte: questo è il miglior iPhone di sempre.
E grazie.
È l’iPhone 18 Pro Max. Sarebbe abbastanza preoccupante se fosse peggiore del 17.
Il punto, quindi, non è capire se Apple abbia realizzato il suo smartphone più evoluto. Il punto è capire se, nel 2026, comprare un iPhone significhi ancora portarsi a casa qualcosa di realmente diverso dal resto del mercato.
E qui la questione diventa decisamente più interessante.
Io parto già svantaggiato, perché non sono esattamente il cliente ideale di Apple. Il mio smartphone principale continua a essere Android e negli ultimi anni sono rimasto soprattutto nel mondo Samsung. L’ultimo iPhone che avevo portato seriamente sul canale era addirittura il 12; il 15 l’avevo provato, ma senza arrivare a farci un video.
Quindi più che una recensione questa è quasi una visita a un vecchio conoscente.
Vediamo quanto è cambiato.
La scatola cambia. L’iPhone molto meno.
Apriamo la confezione e dentro troviamo esattamente quello che ormai ci aspettiamo: telefono, cavo e poco altro.
Apple continua a lavorare parecchio sul packaging e sulla riduzione della plastica, e fin qui tutto bene.
Il protagonista è ovviamente lui, in questo caso nella versione da 512 GB.
E qui faccio subito una considerazione poco scientifica: nel 2026, se fate tante foto e soprattutto tanti video, 256 GB iniziano a sembrare davvero pochi. Non perché improvvisamente siamo diventati tutti registi di Hollywood, ma perché file, applicazioni e contenuti continuano a pesare sempre di più.
Esteticamente, invece, l’iPhone 18 Pro Max non prova a rivoluzionare nulla.
Lo guardi e sai immediatamente che è un iPhone.
Materiali ottimi, costruzione premium, un notch leggermente più piccolo e nuove fotocamere, ma nessun momento in cui lo tiri fuori dalla scatola e pensi: ok, questo non l’avevo mai visto.
E forse ad Apple va benissimo così.
La cosa più strana dell’iPhone 18 Pro Max? Non è l’hardware.
Durante la configurazione il telefono diventa piuttosto caldo.
Circa 42 gradi nella prova iniziale, mentre sta ancora scaricando applicazioni e sincronizzando dati.
Ha senso preoccuparsi? Probabilmente no, considerando il carico di lavoro del momento. Ed è troppo presto per trasformare una temperatura vista durante la prima configurazione in un giudizio sul sistema di raffreddamento.
Però è interessante perché Apple ha lavorato proprio su questo aspetto.
Ed è anche il momento perfetto per ricordarsi perché questa non è una recensione: un telefono non si giudica dopo dieci minuti di configurazione.
Quello che invece possiamo provare subito sono le funzioni software.
Ed è qui che arriva la parte più divertente.
Benvenuta AI. Finalmente.
Apple entra sempre più seriamente nel mondo dell’intelligenza artificiale e porta sull’iPhone funzioni che, se arrivate dal mondo Android, vi sembreranno piuttosto familiari.
Per esempio la ricerca visuale.
Inquadri qualcosa, selezioni l’oggetto che ti interessa e puoi cercarlo.
Comoda? Sì.
Rivoluzionaria?
Se utilizzate Android da qualche anno probabilmente avete già la risposta.
Il problema di Apple con l’AI non è tanto ciò che queste funzioni fanno. È il momento in cui arrivano.
Quando una tecnologia arriva sull’iPhone dopo essere stata utilizzata altrove per anni, Apple deve fare una cosa molto difficile: non basta implementarla. Deve implementarla meglio.
Ed è proprio qui che, almeno nelle prime prove, l’iPhone 18 Pro Max mostra qualche incertezza.
“Ripulisci” funziona. Quando decide lui.
Prendiamo la funzione per eliminare elementi indesiderati dalle fotografie.
L’idea è semplice: apri una foto, selezioni una persona o un oggetto e l’intelligenza artificiale ricostruisce quello che dovrebbe esserci dietro.
Solo che nelle prove iniziali il comportamento è piuttosto imprevedibile.
Su alcune immagini riconosce l’elemento e riesce a eliminarlo.
Su altre sembra capire tutt’altro.
In un caso rimane persino una mano nella scena.
E questa è forse la cosa che racconta meglio l’attuale situazione dell’AI su iPhone: non è inutile, ma non dà ancora quella sensazione di inevitabile perfezione che normalmente associamo ad Apple.
Il risultato è quasi paradossale.
Aspetti anni una funzione che altrove esiste già, arriva finalmente sull’iPhone e invece di pensare “Apple l’ha fatta meglio” ti ritrovi a dire:
ok… più o meno.
Poi però Apple tira fuori una cosa interessante.
Tra le funzioni di modifica ce n’è una che mi ha sorpreso molto di più: la rinquadratura.
Il telefono può intervenire sulla composizione della foto, ricostruendo parti dell’immagine e modificando l’inquadratura.
Ed è una di quelle funzioni che capisci in pochi secondi.
Non perché abbia un nome spettacolare.
Non perché ci sia una presentazione di mezz’ora che ti spiega quanto sia rivoluzionaria.
Semplicemente perché la usi e pensi: questa è utile.
Anche la funzione di espansione dell’immagine si comporta bene. Non è un concetto nuovo nel panorama smartphone, ma durante le prove il risultato è convincente.
Ed è probabilmente questo il punto su cui Apple dovrà giocarsi la partita dell’AI: meno funzioni da keynote e più strumenti che, quando li tocchi, funzionano davvero.
E le fotocamere?
Sono probabilmente eccellenti.
Fine della recensione fotografica.
Perché parlare per venti minuti di sensori, focali e megapixel durante un primo contatto avrebbe poco senso.
L’iPhone continua a essere uno dei dispositivi di riferimento per chi crea contenuti, soprattutto foto e video, ma il panorama è molto diverso rispetto a qualche anno fa.
Android è cresciuto.
I produttori cinesi sono cresciuti.
Le applicazioni social gestiscono meglio contenuti provenienti da dispositivi diversi.
Quella distanza quasi “culturale” che per anni ha fatto sembrare l’iPhone l’unica scelta possibile per un creator oggi è molto meno evidente.
E allora rimane un’altra domanda.
Perché continuiamo a comprare iPhone?
Qui secondo me arriviamo alla parte più interessante dell’iPhone 18 Pro Max.
Non le fotocamere.
Non il processore.
Non l’AI.
L’ecosistema.
Quando utilizzi Apple per anni inizi ad accumulare qualcosa di molto più importante delle specifiche tecniche.
Foto su iCloud.
Abbonamenti.
Applicazioni.
Password.
Backup.
Accessori.
Abitudini.
Magari un Mac, un Apple Watch, degli AirPods.
E improvvisamente cambiare telefono non significa più semplicemente comprare un altro smartphone.
Significa cambiare una parte della propria quotidianità.
È questo uno dei più grandi successi di Apple.
Non deve necessariamente convincerti ogni anno che il nuovo iPhone sia il telefono migliore dell’universo.
Deve convincerti che quello che hai già funziona così bene che cambiare ecosistema sarebbe una seccatura.
Ed è una differenza enorme.
Quindi, iPhone 18 Pro Max?
È bellissimo.
È costruito benissimo.
Probabilmente sarà uno degli smartphone più completi dell’anno.
E per milioni di persone sarà semplicemente il nuovo iPhone da comprare quando arriverà il momento di sostituire quello vecchio.
Ma la sensazione iniziale è che oggi la parte più affascinante dell’iPhone non sia quello che Apple ha aggiunto.
È quello che gli utenti hanno costruito intorno all’iPhone negli anni.
Apple arriva con alcune funzioni AI dopo Android e, almeno in queste prime prove, qualcuna funziona bene e qualcuna funzionicchia. Dall’altra parte continua a offrire quella prevedibilità che per un prodotto utilizzato tutti i giorni vale tantissimo.
Forse è proprio questa la vera caratteristica dell’iPhone 18 Pro Max.
Non deve stupirti.
Deve farti pensare che passando al prossimo iPhone tutto continuerà a funzionare esattamente come ti aspetti.
E per Apple, probabilmente, è molto più importante di qualsiasi specifica sulla scheda tecnica.
Quindi no, questa non è una recensione.
Per quella servono giorni di utilizzo, fotografie, video, batteria, temperature e confronti seri.
Queste sono soltanto le prime impressioni di uno che arriva da Android e guarda il nuovo iPhone cercando qualcosa che gli faccia dire:
“Ok, questa la voglio anch’io.”
Qualcosa l’ho trovato.
Ma per ora non abbastanza da farmi cambiare sponda.
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